perdere le rotelleTanti cenni biografici nei racconti della maglia gialla di Nibali a Parigi: la prima bici, le prime corse, i primi compagni di squadra. Però chi é stato bambino, e non ha ancora smesso di esserlo, sa che manca un ricordo, ancora più lontano: quello della conquista dell’equilibrio su due ruote. Un piccolo passo per l’umanità, un grande salto per un cucciolo d’uomo. Chi avrà staccato le rotelline di quella bici da bimbo? un papà, una mamma? O è stato, come tante altre cose, un mestiere da nonno o da nonna? Ecco siamo tutti partiti da lì: pochi metri, diritti e traballanti. Poi le prime curve incerte. E i giri infiniti al riparo del cortile. Con un po’ più di sicurezza e pratica arrivano le passeggiate sulle strade vere, tutta la famiglia in fila. Con gli anni c’è chi andrà veloce, in maglie colorate, sulla cima del mondo. E chi, un po’ più piano, andrà solo dietro ai suoi sogni a pedali, non necessariamente di gloria. Diverse andature: piano, veloce. Turbolento, insomma: la bici rende possibili molte cose. Ma non dimenticate quelle rotelline…

Piero (Italian VeloBlogger)

Ci sembra giusto, sullo spunto di Piero, ripubblicare una storia di qualche tempo fa, pubblicata su MilanoBici, quando ancora il nostro giornalino era cartaceo, prima (molto prima) che nascesse turbolento.net

Perdere le rotelle
Il tempo che passo con mia figlia non è abbastanza. Cerco di sollevarmi pensando che è un male comune del nostro tempo. In media un papà italiano passa undici minuti con i figli. Al giorno. Agghiacciante, anche se penso di compensare molti genitori che i figli evidentemente non li devono vedere per anni. Mi consolo soprattutto cercando di dare qualità al tempo che passo con lei. Non avrei mai pensato tuttavia di scoprirmi felice di pedalare alle 8 di mattina per accompagnarla a scuola, un orario per me innaturale per qualunque attività da svolgere in posizione eretta.

E’ bello tirare fuori la bicicletta dal groviglio condominiale di pedali, raggi, cavalletti. Cercare di issare la bambina sul sedile dietro e di salire senza tirarle un calcio sui denti. Scoprire la pista ciclabile intasata da auto parcheggiate e giocare a inventare con la bambina cosa meriterebbe chi parcheggia così. La bicicletta piace alla bambina. O meglio, le piace farsi portare. Le piaceva anche pedalare fino a quando non è arrivato il momento di togliere le rotelle.  Tre week end di inferno. Prima di tutto la domanda: perché dovrei toglierle? Hai voglia a spiegarle che così può fare le pieghe, può andare più veloce. Il chissenefrega è lì bello e pronto, meno male che è ancora considerato parolaccia impronunciabile. Non c’è nessun motivo ragionevole per togliere le rotelle. Senza convinzione, comunque, ci prova. Escluso subito il metodo prima una poi via tutte e due, l’unica è inseguirla tenendo bene stretto il sellino con la mano a gancio. Uno sforzo sovrumano. La schiena tesa fino al limite della frattura, rincorrendola e tentando di spiegare qualcosa di inspiegabile. In bicicletta si va e basta. Non so come, non so perché. Dopo tre week end di lombalgia, in casa qualcuno ha fatto arrivare un monopattino. Ha imparato subito. La bici è lì in un angolo, con le sue belle rotelle al loro posto. La tata di mia figlia la guarda e poi mi osserva scuotendo la testa. In Salvador chi ha la bici ci va subito senza rotelle, visto che non esistono. Beati loro. O no?

Aldo Pugnetti (quello che ai Pensieri & Pedali ha regalato “il tempo è li per essere usato”  e “la fretta passa, la merda resta” se sollecitato a fare un lavoro in tutta fretta).


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