l'Eroica

Tuscany – l’Eroica

Dopo l’ultimo risciacquo, terminata la centrifuga, aprire il portello e controllare cervello, denti, capsule e otturazioni. Verificare se le vertebre sono ancora nella giusta sede. Toccarsi i quadricipiti e sperare di ritrovarli al loro posto (erano saliti in zona addominale, uno di qua e uno di là). Assicurarsi che i polpacci abbiano ritrovato una shape più umana rispetto a quella a coscia di pollo assunta il giorno prima già dal 70mo chilometro. Un’ultima tastata per
verificare se c’è ancora tutto
. Orecchie, zigomi, clavicole, tette, costole e falangette. Il peso più grande. Il check-up della bici. Una carezza a chi è stata tanto strapazzata, che si è comportata bene e un’occhiata generale apparentemente indifferente per il timore di trovarle addosso delle ferite.

E’ quello che succede il giorno dopo l’Eroica. Perchè l’Eroica NON è un percorso di 135 km con 70 km di sterrato, come dicono. L’Eroica è un ”maledetto sterrato” di 140 chilometri, che ogni tanto si concede all’asfalto, raramente in discesa, per ricordarti che il paesaggio è meraviglioso, che non ti ha obbligato nessuno a venire e che soprattutto ti stai divertendo. All’inizio ci pensa il freddo a bastonarti, a tagliarti labbra, paralizzarti ginocchia, mani e anima. Ma continui. Aspetti il sole e l’alba è un sogno meraviglioso che ti distrae troppo poco. Ho visto uomini con gli occhi lucidi pedalare a vuoto su strappetti di terra secca al 18% e imprecare perché non ce la facevano ad alzarsi sui pedali. Quelle salite bianche si fanno seduti e devi far affidamento solo sulla forza delle cosce. E’ lì che ti penti di quello che hai mangiato durante tutta la vita, dei 30 chili che ti senti in più e che non hai pensato di perdere la settimana prima. Ho visto ruote di biciclette volare oltre le siepi lanciate da ciclisti gonfi di rabbia per l’ennesima foratura ma prontamente ricercate in mezzo ai rovi tra maledizioni e sproloqui; gomme 23, 25, 28 con o senza battistrada squarciate da quelli che credevi fossero dannati sassi ma che in realtà erano solo le punte emerse di spade antiche conficcate nel terreno. Ho visto biciclette abbandonate. Camere d’aria buttate via lungo i sentieri arrotolate come serpi. Borracce e pompe perse ovunque. Ho visto uno scarpino in una buca, ….UNO! Uomini grandi e grossi ansanti come bufali scendere dalle bici e restare fermi con lo sguardo disperato vòlto in alto, verso quell’unico cipresso piantato chissà da chi, perso su quella collinetta. Ho visto centinaia di uomini dritti e fermi come candele riconsegnare alla terra i litri di liquidi bevuti. E polvere, polvere, polvere. Bianca, sottile come farina che si sollevava anche solo con uno starnuto. Polvere che ti avvolge come cipria ma che secca la gola e gli occhi come cemento. Ho sentito uomini sputare, tossire, il rumore delle lacrime, bestemmie e maledizioni ad ogni passaggio d’auto. E a proposito di farina! Un piccolo aneddoto. Mia madre ricorda spesso quel maledetto lunedì dell’estate del ’43 quando lo scalo merci della stazione Termini, divenuto obbiettivo militare, venne bombardato. Alle 10,45 del 19 luglio il grande boato. La prima bomba era stata sganciata, la prima delle tante che poi incessantemente avrebbero terrorizzato e martoriato il quartiere San Lorenzo e l’anima tutta di Roma fino alle 14.30. Giornata tragica di un’adolescenza frantumata ancora oggi ricordata con grande emozione. Ma come spesso accade gli eventi tragici a volte mostrano un lato buffo dove la logica non trova giustificazioni. Un lato tanto inopportuno quanto frequente. Fatto è che succede. Così, ancora gonfia di commozione, accanto al fatto ne ricorda anche un altro. L’onda d’urto provocata dall’impatto fu tale che tutt’intorno nel raggio di centinaia di metri ci furono danni più o meno importanti a uomini e cose. Uno dei tanti a farne le spese fu il Sor Ivo, il fornaio. E qui il viso di mia madre si distende riappropriandosi quasi con timidezza di quella serenità che allora le sarebbe spettata di diritto. Il forte spostamento d’aria invase il forno sollevando e sbatacchiando tutto quello che c’era dentro. Dalla piccola porta che dava sulla strada fuoriuscì un’immensa nuvola bianca che lentamente soffocò tutta l’aria respirabile e si sparse per il quartiere come nebbia. Nel lunghissimo silenzio che seguì il dolore fu per quelli che erano rimasti dentro, nonostante l’allarme, a fare il pane. Poi, piano piano, tra gli occhi increduli di quanti erano fuori, il Sor Ivo e gli altri tre che lavoravano con lui uscirono urlanti di paura agitando le braccia e teste, coperti di farina fino al midollo, bianchi come fantasmi . Il terrore che aveva preceduto l’evento si dissolse nell’ilarità allora quanto ora e l’episodio diventò leggenda, tant’è che ancora oggi ci troviamo a parlarne. Deve essere lo scenario che hanno visto quelli che ci aspettavano all’arrivo. Centinaia di persone che urlavano e applaudevano al passaggio del congiunto non più compianto. Festa e allegria per tutti noi, eroi per un giorno, partiti di notte come ladri e riapparsi tante ore dopo come banditi dopo il fattaccio, coperti di polvere, sporchi e malconci, bianchi come cadaveri, con gli occhi ancora appannati. Ombre pallide traballanti e incredule di essere riuscite a tanto, con le bocche contorte in un risolino inebetito, rintronate come campane dalle troppe sollecitazioni sotto le gomme ma felici. Ho pensato tante volte di non farcela. Ho visto tanti cadere nelle tentazioni di ….tagliare (ben 3 tagli tentatori), ma l’Eroica non è una gara, è una sfida. Non si vince niente e quando sei là vai avanti e basta e se non hai fede te la fai venire. E preghi, preghi di non bucare, di non rompere i raggi, di non cadere, di poter continuare, di riuscire ad arrivare. E’ un fatto! L’arrivo è un dono che ti fai, una cosa che senti di aver meritato, il traguardo è la tua conquista. Mi hanno chiesto se lo rifarei. Non ho dubbi. Datemi il tempo di rialzare i gomiti poggiati, di ritirare la lingua da terra, di riprendere fiato e rispondo di si. E se qualche matto accenna alla PBP, ………… quasi quasi ….. ..Visto mai…………..!?!?! A tutti ” Bravi”. Anche se non fisicamente, sono sicura che siamo stati tutti assieme con il cuore. Un inchino speciale agli “Eroi della 205”, vere armi pesanti da combattimento. Complimenti! Alla prossima.

Laura, in bici Lavette, della nostra redazione.

PS: un’amica ha detto che il ciclismo è uno sport per vecchi che vogliono sentirsi giovani. Mai stata tanto felice di invecchiare