Tour-Ortles 3

Tour d’Ortles

‘Anche quest’anno la grande avventura del Tour d’Ortles è stata un successo. Certo le oggettive difficoltà dovute alle condizioni atmosferiche estreme, hanno reso ancor più titanica l’impresa, che di per sè già lo è’: questa frase, riportata sul sito dell’Athletic Club Merano che organizza la manifestazione sulle ‘mitiche montagne‘, rende il senso di questa fantastica randonnèe internazionale che chiede e dà molto.

Il percorso, innanzitutto: Merano, Prato allo Stelvio, Passo di Stelvio, Bormio, Santa Caterina Valfurva, Passo Gavia, Ponte di Legno, Passo Tonale, Fondo, Passo Palade, Merano (da Garmin: 253 km e 5.700 metri di dislivello). Partenza alla francese fra le 4 e le 6, a piccoli gruppi. Prevedendo un tempo in peggioramento, Alberto e io partiamo tra i primi e ci perdiamo dopo un chilometro, ancora nell’abitato di Merano dando prova di eccezionali doti di orientamento.
Perdiamo mezz’ora perchè, si sa, Merano è un po’ più grande di Pechino e uscirne dall’unica ciclabile è assai complesso. Poi, finalmente, si pedala, salendo impercettibilmente lungo la bella ciclabile che induce al Passo Resia e che si affianca per lunghi tratti all’Adige; poi lo Stelvio. La giornata è ancora splendida e, dopo Trafoi, il cartello che riporta il numero di tornanti mancanti alla vetta (48…) ci introduce alla spettacolare visione del ghiacciaio dell’Ortles imbiancato di fresco da una abbondante nevicata notturna.

Si sale contando i tornanti alla rovescia fino all’apparire dell’imponente muro finale che si snoda verticale con i primi edifici della vetta sullo sfondo. Da qui si inizia a guardare a terra in cerca delle scritte blu con i chilometri mancanti: ancora otto, sette, e via così. Ma l’arrivo è sempre un’emozione: il passo è un suk per ciclisti, imperdibile ancora.

Primo controllo

Ristoro in stile ‘rando’ con banane e crostatine con marmellata di albicocca (qualcuno, anni addietro, deve avere chiuso un contratto ventennale con gli organizzatori di randonnèe: è dal 2000 che ingollo crostatine).
Picchiata su Bormio e poi Valfurva. Sono le 10 e 30: ci fermiamo in un bar e mangiamo delle orribili, ma utili, tagliatelle. E adesso il Gavia che, da questa parte, non avevo mai fatto.
Il ragazzo è bastardo perchè improvvisa pendenze importanti che, dopo 100 chilometri e dispari, infiammano. Si sale, però, in un paesaggio alpino che sarebbe idilliaco se non ci fossero frotte di motociclisti dal quoziente intellettivo inversamente proporzionale al rumore delle loro marmitte. Il tempo perso a mangiar pasta lo guadagnamo salendo: recuperiamo molti di quelli che ci hanno superato con piglio da granfondo e stomaco vuoto. Perdo, però, contatto da Alberto, non più di 200 metri che restano inalterati lungo il tratto più duro. Salgo al mio passo e non forzo, anche se arrivare dietro mi ruga. Ma la strada, negli ultimi 2/3 chilometri, spiana miracolosamente su pendenze morbide: recupero terreno con costanza. Alberto si volta ogni tanto e io mi ridosso alla montagna, nascondendomi. E’ sempre così: una vita che pedaliamo insieme e all’inizio diciamo ‘oh, stavolta niente vaccate, si va su tranquilli che le tirate si pagano’. Infatti: lui si volta per vedere dove io sia, io mi nascondo così lui pensa che sono indietro, e ai 500 metri parto come una saetta superando il passo per primo a 35 all’ora…che soddisfazione.

Secondo controllo e crostatine (per sicurezza me ne metto una anche in tasca, non si sa mai, venisse fame). Il paesaggio, appena superato il passo, è di una bellezza che azzanna, nonostante le nuvole abbiano ormai coperto il cielo e la neve tutt’attorno amplifichi gli effetti di un vento freddo che non promette nulla di buono. Scendiamo con prudenza, perchè la strada è stretta e inizia a gocciolare, mano mano a piovere, a Ponte di Legno diluvia. Chi passa ora sul Gavia trova nevischio. Il Tonale lo facciamo sotto una fredda pioggia battente ma le gambe ‘girano’ bene e così non dà fastidio. Terzo controllo e terzo amplesso con la crostatina. Spiove e scendiamo in Val di Non, mele ovunque, come se non ci fosse un domani. E tra le mele, lungo la brutta statale che porta verso Trento, perdiamo quota in modo preoccupante: la svolta verso Fondo e il Passo Palade è a 550 metri di altitudine.
Festeggiamo la brutta notizia con una sosta: il barista fortunatamente è palermitano ed il panino, conseguentemente, ha un mq di superficie. A pancia piena si affrontano gli ultimi trenta chilometri di salita ‘pedalabile’ con buona serenità e buona gamba. Arriviamo al passo con il tempo che nuovamente incupisce: bisognerebbe sbrigarsi all’ultimo controllo, ma come si fa a lasciar lì le crostatine? Discesa interminabile, su bella strada.

E’ fatta!

E’ fatta si, ma con gli ultimi chilometri sotto un acquazzone di cui avevamo presentito il profumo.
All’arrivo, mentre aspetto il mio sudato diplomino, trafugo l’ultima crostata: se no domani come faccio?

Paolo Della Sala (detto i-nox)

bollo turbolento

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