Alfredo Martini

Alfredo Martini tra i carovanieri TCI

E poi sai cosa c’è di bello nel ciclismo? Mentre pedali puoi pensare, in tanti altri sport no. Lo ha dichiarato Alfredo Martini in una recente intervista a Gianni Mura. Come ha ragione. Anche se non basta pedalare, per pensare. Ci vuole anche la testa giusta. Alfredo Martini ha da poco compiuto i novant’anni e la testa giusta ce l’ha, sicuro. L’ha sempre avuta. Come il suo grandissimo amico di vita e di bici, Fiorenzo Magni, anche lui neo novantenne, con una lucidità mentale che lasciava senza fiato. Come nemmeno la più ripida delle salite, riesce a fare.

Sarà che la bicicletta, accompagnata da uno stile di vita sano, fa bene. Ma almeno altri due sono, in questo momento, i novantenni dello sport italiano che “a farci riferimento” si fa solo bella figura: Ottavio Missoni e Rolly Marchi. L’amico Marco Pastonesi, cantore di tutte le glorie sportive recenti e meno recenti, li ha messi insieme in una sua bella, semplice e onesta rassegna: quattro pezzi da novanta. Iniziativa che avrebbe dovuto meritare maggior risonanza mediatica, ma il circo mediatico, incluso quello rosa-sportivo, è ahimè in altre faccende affaccendato….tant’è.

La dignità, è ciò che colpisce di più in questi ragazzi di novant’anni. Ragazzi, si proprio ragazzi. Uomini seri, non spensierati, allegri e carichi di positivo ottimismo, spensierati, credo, lo siano stati ben poco. Determinati e giusti, molto.

L’esperienza sportiva aiuta in molti casi della vita. La bicicletta, il pedalare, il ciclismo come faticosa disciplina agonistica, un po’ di più. Verissimo quello che dice Martini, pedalare aiuta la qualità dei propri pensieri e buoni pensieri aiutano l’andatura della nostra pedalata, riducendo la sensazione di fatica. Fatica fisica, che appaga lo spirito e avvicina alla saggezza.

Anche la piacevolezza dei luoghi attraversati aiuta la qualità del pensiero. Pedalare per chilometri e chilometri, vuol dire stabilire un rapporto particolare con la strada, con il paesaggio con le persone e le cose che si incontrano. Scoprire le piccole strade dimenticate, esplorare il territorio solo per il gusto di girovagare tra boschi di montagna, campi coltivati di pianura e colline geometricamente allineate in filari di viti è l’aspetto migliore della fatica cicloturistica. In bicicletta si guarda con occhi diversi, si ha il tempo di osservare e contemplare, tutto. Dalla magia del paesaggio, all’azzurro assoluto del cielo oltre i crinali, ma anche alla deludente sciatteria umana che abbandona bottigliette a bordo strada, televisori anni ’50 nelle rogge e vecchi scaldabagni gettati in fondo a improbabili dirupi.

Pedalare per chilometri e chilometri, vuol dire stabilire un rapporto diverso con il tempo e con lo spazio, che si dilatano per farci scoprire desueti limiti, ma anche il modo per affrontarli e superarli. Il tempo e le distanze assumono un valore diverso, proiettandoci in uno stato in cui non ci si può sentire protagonisti e dominatori, ma umanamente parte dell’ambiente, e della dilatazione di distanza e tempo. Da vivere, più che affrontare, con rispetto, equilibrio e partecipazione. Non è una sfida, ma di un invito alla condivisione. E più le nostre strade saranno zitte, più forti saranno queste sensazioni. Belle, bellissime. Talmente belle, che è peccato tenerle solo per noi. Nei nostri pensieri.

la redazione (24.02.11)

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