marcoSarà che è così difficile trovare parole più degne, più ricche, più valorose del silenzio. Succede anche per le strade: sempre più difficile scoprirne di più ricche di quelle zitte. Vero, Paolo?

LA VIA DEL SILENZIO

Milano. Milano sud-ovest. La via del silenzio comincia nel carnevale di piazza Napoli, si guadagna lungo il Naviglio, si conquista dopo Trezzano con una stradina che abbandona la provinciale e si tuffa sulla sinistra, nelle risaie, fra le cascine. La prima cascina, dopo una S, sulla destra, è quella del Pierino. Era venuto ad abitare qui, sfollato, durante la guerra, al sicuro dai bombardamenti: la campagna gli garantiva qualcosa da mangiare, e qualcosa rimaneva sempre anche da offrire da mangiare. In quella cascina il Pierino è rimasto, anche dopo la guerra, forse perché era stata proprio la campagna a richiederlo. Se prima era stato lui a cercare lei, poi era stata lei a volere lui, come in una storia d’amore che finisce bene, fra i lucciconi. “Pierino!”, tuonava il Pozzi ogni volta che pedalava su quella striscia di asfalto. Una sola volta ho sentito, forse proprio il Pierino, che rispondeva a quell’urlo, preciso, con un altro urlo, vago. Ma non era un’eco. Il Pozzi non c’è più, il Pierino chissà. Eppure c’è chi continua a invocarlo, come un “apriti Sesamo” rotondo, da strada, con il manubrio all’ingiù.

Altre cascine, campi e boschetti, un cimitero. Tainate. Bivi, incroci, rotonde. Rosate. Viottoli, canali, il ponte fiammingo, così chiamato solo per quelle antiche pietre da carri e carrettieri. Svolta a sinistra, in fondo a destra, sempre diritto anche quando la strada si piega. Fallavecchia. Invece di girare a destra, e tornare, meglio girare a sinistra, e divagare, lasciarsi andare, continuare a pedalare. Superato il Ticino sul ponte di barche, dalle terre di Zanazzi (Renzo, diavolo di un corridore) si entra già nelle terre di Coppi (Fausto, e i suoi angeli). Il ciclismo è un labirintico velodromo della giustizia, fra testimoni e memorie, fra capi (non sempre d’accusa) e processi (non sempre alla tappa), anche fra avvocati (Eberardo Pavesi, l’Avucatt, ma anche Lelo Castellano, l’Avvocato) e giudici (uno per tutti: Pietro Giudici, corridore varesotto, tre vittorie di tappa al Giro ai tempi di Coppi e anche di Zanazzi), e un Cancellara (Fabian) come cancelliere.

E’ capitato che un giorno Zanazzi (quello della CronoZanazzi), proprio su quelle stradine, incontrasse un airone, che a lui apparve come l’Airone, e che allora Zanazzi lo chiamasse per nome, Fausto. Aveva le gambe lunghe e affusolate, Coppi, e le caviglie sottili, si nutriva di silenzi, e senza far rumore decollava, si librava, volava.

Qui si respira e si pedala, soli e insieme, liberi e belli, sudati e arsi, ciclici ed enciclici, rituali e anarchici, zitti e turbolenti. Eppure Milano non è lontano.

Marco Pastonesi – viva la fuga!

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