IMG_8029 NEMO Twide

Il mio nome è Nemo.

Ho scoperto la bicicletta da corsa non proprio giovanissimo. L’ho fatto quando è nato il primo figlio. Ho interrotto il ciclo dei lunghi week-end di sci alpinismo, cercando una nuova e diversa attività. E pensare che avevo sempre disprezzato quei soggetti variopinti che arrancavano appiccicosi, sul ciglio di una strada. La stessa strada dove viaggiavano auto, moto e camion a velocità ben diversa dal lento e poco elegante incedere di quei trabiccoli chiamati biciclette.

Sono passati più di 30 anni da quando ho comprato la prima bicicletta della mia vita, ormai ho perso il conto delle biciclette su cui ho pedalato. La prima, escluse quelle (non poche) che ho avuto da bambino, era una Colnago in acciaio. A quei tempi i telai erano tutti di acciaio. Comprata usata in fabbrica, senza nessuna consapevolezza del luogo in cui ero finito. Un amico che lavorava in Gazzetta mi aveva detto di andare li, che avrei trovato quello che faceva per me.
Mi sono presentato con 500mila lire e senza nulla sapere, se non che volevo una bicicletta da corsa. E cinquecentomila lire mi sembrava una cifra folle per una bicicletta. Sono tornato a casa con una bella Colnago rossa, usata non so da quale atleta o gregario di quale team, pagata 900mila lire. Quasi il doppio dello stanziamento previsto.

Ho iniziato a pedalare in scarpe da tennis e pantaloncini da atletica. Mi vergognavo a vestirmi da ciclista. Il figlio è nato, ho passato le vacanze a Selvino nella casa di famiglia. Luogo dove ho trascorso infanzia, adolescenza e non poche vacanze sia da ragazzo, che da adulto. Quell’estate tutti i giorni scendevo in bici a Rigosa, poco più di 5km in salita per tornare a Selvino. E ogni giorno mi mettevo alla prova su quella distanza che mi pareva ottimale per il mio allenamento. Non osavo scendere sotto Rigosa per via di quel chilometro emmezzo con pendenza tra il 10 e l’11%…
In bicicletta da corsa da Milano, non mi muovevo mai. era fuori dai miei schemi mentali. Non sapevo nulla dei Navigli. Ne conoscevo a malapena l’esistenza.

Un giorno, da freelance, ho avuto modo di fare una intervista per le pagine sportive del Sole24Ore, ad Antonio Colombo. Mi si è aperto un mondo, fatto di pista (Camilotto lavorava in Cinelli), di Supercorsa, di colori meravigliosi, di biciclette e accessori. Di microfusioni per tenere insieme i tubi Columbus con cui erano fatti almeno il 50% dei telai del mondo pedalante. Di raffinata eleganza e di design. Una fucina, officina, laboratorio, atelier di meccanica, ingegneria, intelligenza ciclistica e creatività. Il tutto solo per pedalare.

Il Grande Ciclismo

In Cinelli stava per nascere il Rampichino. Il negozio GranCiclismo era a Lambrate. Poco tempo dopo si sarebbe trasferito dietro Piazza della Vetra. Ma la Supercorsa c’era già.
Mi era stato affidato uno dei primi prototipi di MTB, che non si chiamava ancora così. E che in Italia, grazie a Cinelli sarebbe arrivato di li a poco con nome decisamente più poetico. Mi ci divertivo un mondo. Fino alla caduta che ha segnato la mia prima clavicola rotta. Ricordo ancora l’imbarazzo con cui ho riconsegnato a Paolo Erzegovesi  il telaio piegato su stesso, da buttare via…
Poi è arrivato il Rampichino, il lancio con Airone, un incredibile successo, le prime varianti chiamate Sentiero, poi Argento Vivo e The Machine, con Marino Vigna che da olimpionico su pista, dirigeva il GranCiclismo di Piazza Vetra, vendendo quegli strani “quasi trattori” con cui il mondo, si divertiva un mondo.

Nel frattempo sono nate altre due figlie e avevo iniziato a lavorare per la comunicazione Cinelli, Columbus e anche 3T. Da Vigna ho comprato la mia seconda bicicletta da corsa, una Supercorsa rossa. Non mi sono mai pentito abbastanza di averla rivenduta. Con lei è nato il Club Turbolento, l’idea di rimettere in pista il Vigorelli, le primissime Strade Zitte. Si perché l’idea di pedalare su strade trafficate non l’ho mai sopportata. E così la bicicletta, o meglio il modo migliore di usare la bicicletta con vocazione turistica si insinuava, obliquo e forte,  nella mia mente. Avrei dovuto capire che lei, la mente, iniziava a dare i primi segni di deviazione ciclistica.

Da allora è stato un susseguirsi di biciclette da strada e fuori strada, tutte Cinelli. Con una Bootleg racing ho anticipato quella che ora si chiama VenTo. Seguendo il Lambro e il Po è nata la prima Strada Zitta a tappe, da Milano a Ferrara e poi fino al mare. Gli anni 2000, erano appena iniziati.

Ho avuto anche qualche altra marca americana, a cui però non mi sono mai affezionato, per tantissimi anni una bici da ciclocross di grande qualità. Ma l’amore per Cinelli non si è mai interrotto.

Ho sempre preferito alluminio e acciaio. Solo pochi anni fa ho ceduto alla tentazione del carbonio con una Very Best Of (in salita una vera bomba) che alternavo ad una più modesta Saetta per la mia natura di non rinunciare agli sterrati. Quando si incontra uno sterrato, sembra vigliacco tirarsi indietro. E occorrono ruote che non impallidiscano di fronte al terreno sconnesso. E sulle Strade Zitte, lo sanno tutti, lo sterrato è sempre in agguato.

Quest’anno ho deciso di farmi l’ennesima bici da corsa nuova. Non so se sarà l’ultima bici della mia vita. Ho scelto di tornare all’acciaio. Ho scelto una Cinelli Nemo. Rossa. Anzi rosso ciliegia (come del resto era la prima Colnago).

Ho riflettuto molto sul colore, molto indeciso tra il rosso e il bianco. Ho tediato molti amici ponendo la questione colore della bicicletta come assoluta priorità. Alla fine ha prevalso il fatto che se chiedi ad un bambino di che colore vorrebbe la bicicletta, nell’85% dei casi la risposta è: rossa. E si sa, la bicicletta serve anche a farci tornare bambini.

Pochissimi giorni fa, per la prima volta sono uscito con lei. Da solo con lei. Volevo metterla alla prova, se necessario fermarmi per qualche indispensabile fine tuning e magari anche qualche prima foto.

Funzione ed emozione

E’ fantastica. Un perfetto mix di funzione ed emozione. L’acciaio è rilassante, non nervoso come il carbonio. Il carbonio va domato, l’acciaio si lascia condurre. Il carbonio è più leggero, l’acciaio è più confortevole. Il carbonio è scatto bruciante, l’acciaio è inesorabile progressione. E a chi mi dice che l’acciaio è meno performante rispondo che ormai anche io, sono molto meno performante.

E poi il nome. Nemo. Il Nautilus, 20.000 leghe sotto i mari. Elogio dell’immaginazione, fonte primaria di progresso. E della fantasia. Tutto è fantastica invenzione e nulla è per caso nelle storie Cinelli. Con buona pace dei cantastorie o come li chiamano oggi “story teller”. Dal Passatore, agli Spinaci, dai colori dei nastri, alla Laser e al manubrio Ram. Per citarne  una minima parte. Fino all’Atelier Acciaio. Nuova avanguardia, nella migliore tradizione ciclistica italiana. Perché si sa, chi segue gli altri non arriverà mai prima degli altri.

Nemo, come te non c’è nessuna. Nemo, quante altre Strade Zitte abbiamo da scoprire e pedalare, insieme.

bollo turbolento

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