In zona Tredici Ponti

In zona Tredici Ponti

Apriamo una nuova e simpatica rubrica dedicata all’eterno dibattito “in bici sono meglio le Alpi o gli Appennini?” in questo caso la discussione è tutta interna ad una coppia di blogger-ciclisti (Italian VeloBlogger, quasi Turbolenti) e al loro modo di intendere la piacevolezza del pedalare in libertà. Luisa e Piero siete i benvenuti sul Blog Turbolento. Lunga vita alla bicicletta. Che si tratti di Alpi o Appennini

Lei, Luisa, ciclista alpina. Ha passato giorni a cercare di conciliare previsioni meteo avverse con la programmazione di una doppia scalata allo Stelvio, giusto per smaltire l’accumulo di endorfine del week end dolomitico appena trascorso. L’impresa di farla desistere si materializza solo nella serata di venerdì.

Lui, Piero, ciclista di pianura e di Appennino. Al riparo dal pericolo di ipotermie a oltre 3000 metri, intravede la possibilità del colpo basso (letteralmente: una vendetta altimetrica). Niente Cima Coppi: sabato si passa alla lezione di ciclismo padano (per la lezione di pedalata appenninica Leggi qui)Oltre cento chilometri tra le piste ciclabili della bassa cremonese, lodigiana e bresciana: scordatevi la noia e fatevi sorprendere.

LEI: sono per le grandi salite. Dopo le Dolomiti, lo Stelvio. Da Prato, da Bormio: perché porsi dei limiti? La doppia scalata – anche se a giorni alterni, in effetti ero un po’ affaticata dal weekend dolomitico – mi attira molto. Sembrava quasi fatta, ma ci si mettono le previsioni: temporali e freddo.

LUI e LEI: rimandiamo? Il prossimo weekend sembra meglio. E propone un’alternativa. Tutta in pianura. Ma sei matto? non mi piace la pianura: mi annoia, mi stanca. Non fa per me. Sono una ciclista alpina. Sulle Alpi non esiste pianura. Questa volta hai proprio sbagliato. Impossibile, non mi piacerà.

La pedalata padana è pura geometria piana. Prendete un tracciato altimetrico da grande tappa di montagna e fatelo rientrare nello spazio del piano cartesiano, tutto lì. L’unica verticalità è quella dei muri di granoturco che delimitano le strade, dei filari dei pioppi, dei campanili dei paesi disseminati nella piana. Lo sguardo si rassegna alla mancanza di orizzonte e cerca conforto nelle prospettive rettilinee tracciate dai canali, nei poligoni colorati dei campi (verde il mais, gialle le stoppie di grano), nelle intersezioni di strade, sterrati, fossi, ponti e fiumi.

Poi però cominciano le sorprese: l’itinerario è il trionfo della linea spezzata. Curve a gomito,cambi di direzione improvvisi, inversioni di marcia. La breve distanza in linea d’aria tra due paesi si moltiplica per due, per tre ed oltre, in un percorso delirante in cui destra e sinistra, avanti e dietro perdono ogni senso. Qui comandano leggi diverse: si rispettano antichi confini, si afferma il diritto di proprietà delle terre, si delimita non si attraversa. Per trovare un senso ci si affida alla coerenza dei fiumi – Adda, Oglio, Serio – o alla pragmatica linearità dei canali: solo allora la pedalata ritrova una direzione comprensibile, un orientamento possibile. La pedalata padana è un enigma di risoluzione più difficile di quella di una salita alpina.

Ho perso completamente l’orientamento. Qui non posso “osservare il mondo dall’alto”, come in cima a una delle mie salite. Allora provo a seguire una traccia lineare: però termina in una curva, poi un’altra curva e ancora una… e così via, finché arriva, inaspettato, il prossimo rettilineo. Ma quanta strada abbiamo percorso? In quale direzione stiamo pedalando? Buio totale. Cerco una salita, un’altura, ma intorno vedo solo…. campi di granturco, strade sterrate, boschi di pioppi e corsi d’acqua. Già: quanta acqua, che scorre lenta oppure si impenna, si sfoga in una cascata, sembra quasi giocare con i piccoli ponti  che la sovrastano. Un posto strano, quasi magico anche nel nome “i 13 ponti di Genivolta”. Ma non sarà che un po’ mi piace questo percorso? Quasi mi sono dimenticata di guardare l’altimetro: ma che serve, segna… 0.

Le ho fatto fare un sacco di strada ma, soprattutto, tutti i tipi di strada. Le piste ciclabili sono un reticolo ben tenuto e quasi sempre ben tracciato: un sorprendente esempio di mobilità sostenibile e civile, al riparo da auto e traffico. Se a tutto questo si aggiunge la conoscenza del territorio, i consigli della gente della bassa ed un pizzico di creatività ed improvvisazione ecco un  catalogo di tutti i tipi di fondo stradale possibile: l’asfalto nuovo delle ciclabili appena inaugurate, quello butterato dal passaggio dei trattori nelle strade poderali, gli sterrati con e senza corredo di buche (neanche troppo nemici di ruote e copertoni), i sinuosi single track nell’erba. Una varietà che è amica di tutti i tipi di due ruote.

Non solo chilometri e colpi di pedale al sincopato ritmo padano, però. A corredo della lezione le ho offerto i bastioni di città murate, piccoli eremi nascosti che ospitano riti di ringraziamento per la fecondità dei campi accompagnati da frittate con le erbe e torte fatte in casa, castelli medioevali, paesi dove gorgogliano acque che alimentano vecchi mulini, cascine eleganti come ville padronali, approdi sulle rive dei fiumi, i voli alti degli aironi e i battiti di ali radenti delle gallinelle d’acqua, il suono evocativo dei nomi dei luoghi (Cavacurta, Formigara, Moscona, Ferie …). Poi non dirmi che ti sei annoiata.

Mi gira la testa. Quante immagini nella memoria, quanti luoghi nuovi scoperti. Storia d’Italia, dal Medioevo ad oggi. Cultura e cucina padana. Fortezze che lasciano immaginare guerre d’altri tempi. Voci di persone, paesi pieni di gente che festeggia in chissà quale sagra. Gente elegante: scorcio di un matrimonio a Soncino.

120 chilometri che passano in un soffio. Altimetria: 0. Nulla, neanche una salita piccola. Nemmeno un cavalcavia. Però lo devo ammettere: immagini, voci, suoni, colori, che lasciano il segno. Sì, va bene, avevi ragione tu: non mi sono annoiata. Anzi, mi sono divertita. Tanto. Ci torniamo in autunno?

Luisa e Piero (Italian Velo Blogger)

bollo turbolento

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